venerdì 15 marzo 2013

Pietro Maso è un cittadino libero. Viva la Costituzione



Pietro Maso è libero. Per fine pena, scontata, 22 anni. Era stato condannato con sentenza definitiva in Cassazione a 30 anni e 2 mesi di reclusione, per l’omicidio dei suoi genitori avvenuto nel 1991. Vicenda che fece scalpore. Da detenuto ha usufruito sia del cosiddetto “indultino” di tre anni, che consiste nella sospensione condizionata della esecuzione della pena detentiva per aver già scontato oltre la metà della pena (Legge 241/2006), sia dell’istituto della riduzione della pena per la liberazione anticipata.

Tale istituto, previsto dalla importante legge di riforma dell’ordinamento penitenziario (Legge 354/1975), prevede che al condannato possa essere riconosciuta una detrazione di pena pari a 45 giorni per ogni semestre di pena scontata, a condizione che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione nel migliorare la propria persona e la dimostrata capacità nel suo completo reinserimento sociale, verso il quale deve essere orientato il trattamento penitenziario.

In attesa della approvazione del nuovo Codice penale (sono già pronti i progetti di riforma Nordio del 2005 e Pisapia del 2007), è vicenda questa che ci richiama agli enunciati del Verri e del Beccaria due secoli e mezzo fa e che ci riconduce al principio richiamato dalla Costituzione relativo alla funzione rieducatrice della pena del cittadino reo di delitto. Così come è stabilito all’art. 27, nel suo significato di recupero al rispetto di quei valori la cui offesa giustifica al punizione, inseribili e riscontrabili negli inderogabili paradigmi della dignità umana (richiamata dalla Dichiarazione universale del 1948), dell’eguaglianza e della solidarietà sociale (art. 2 e 3 della Costituzione) che rappresentano il significato alto di ogni Costituzione democratica.

Ciò perché, come ci ha insegnato Giuliano Vassalli, ad uno Stato che nella sua sovranità rispetta la libertà individuale quale diritto inviolabile, non è e mai deve essere consentito indirizzare lo sviluppo della personalità del cittadino macchiatosi di reato, in modo diverso rispetto a quanto indicato dai valori costituzionalmente significativi.

Questi valori, così come definiti dai nostri costituenti, ci dicono che non può esservi recupero sociale se l’atteggiamento verso il cittadino che ha scontato la pena permane ispirato ad una logica punitiva che, come marchio di infamia, perpetua la condanna alla desocializzazione, producendo declassamento sociale non ripristinando una situazione di pari dignità sociale, nella negazione del pieno sviluppo della sua personalità e nella proiezione di una sana convivenza sociale.

«Io sono contro qualsiasi sconto di pena, perchè è una mancanza di serietà» ha dichiarato Edoardo Pallaro, il sindaco (ex An, eletto per il Pdl) di Montecchia di Crosara, il paese dove avvenne l’omicidio. Ma certo non sa, o forse non vuole sapere anche se dovrebbe, che la Costituzione è cosa serissima. E noi ne siamo e ne saremo sempre i suoi partigiani.

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Costituzione della Repubblica, art. 27, c. III - Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato

Marco Foroni (Segretario Sezione ANPI "don Pappagallo")
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