domenica 24 marzo 2013

A don Pietro e a Gioacchino

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Il monumento in memoria dei martiri delle Fosse Ardeatine, don Pietro Pappagallo e Gioacchino Gesmundo. Antifascisti, morti per la democrazia e la libertà. Terlizzi, Puglia, la loro città e la loro terra.

foto di Maria Pia De Noia

venerdì 15 marzo 2013

Pietro Maso è un cittadino libero. Viva la Costituzione

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Pietro Maso è libero. Per fine pena, scontata, 22 anni. Era stato condannato con sentenza definitiva in Cassazione a 30 anni e 2 mesi di reclusione, per l’omicidio dei suoi genitori avvenuto nel 1991. Vicenda che fece scalpore. Da detenuto ha usufruito sia del cosiddetto “indultino” di tre anni, che consiste nella sospensione condizionata della esecuzione della pena detentiva per aver già scontato oltre la metà della pena (Legge 241/2006), sia dell’istituto della riduzione della pena per la liberazione anticipata.

Tale istituto, previsto dalla importante legge di riforma dell’ordinamento penitenziario (Legge 354/1975), prevede che al condannato possa essere riconosciuta una detrazione di pena pari a 45 giorni per ogni semestre di pena scontata, a condizione che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione nel migliorare la propria persona e la dimostrata capacità nel suo completo reinserimento sociale, verso il quale deve essere orientato il trattamento penitenziario.

In attesa della approvazione del nuovo Codice penale (sono già pronti i progetti di riforma Nordio del 2005 e Pisapia del 2007), è vicenda questa che ci richiama agli enunciati del Verri e del Beccaria due secoli e mezzo fa e che ci riconduce al principio richiamato dalla Costituzione relativo alla funzione rieducatrice della pena del cittadino reo di delitto. Così come è stabilito all’art. 27, nel suo significato di recupero al rispetto di quei valori la cui offesa giustifica al punizione, inseribili e riscontrabili negli inderogabili paradigmi della dignità umana (richiamata dalla Dichiarazione universale del 1948), dell’eguaglianza e della solidarietà sociale (art. 2 e 3 della Costituzione) che rappresentano il significato alto di ogni Costituzione democratica.

Ciò perché, come ci ha insegnato Giuliano Vassalli, ad uno Stato che nella sua sovranità rispetta la libertà individuale quale diritto inviolabile, non è e mai deve essere consentito indirizzare lo sviluppo della personalità del cittadino macchiatosi di reato, in modo diverso rispetto a quanto indicato dai valori costituzionalmente significativi.

Questi valori, così come definiti dai nostri costituenti, ci dicono che non può esservi recupero sociale se l’atteggiamento verso il cittadino che ha scontato la pena permane ispirato ad una logica punitiva che, come marchio di infamia, perpetua la condanna alla desocializzazione, producendo declassamento sociale non ripristinando una situazione di pari dignità sociale, nella negazione del pieno sviluppo della sua personalità e nella proiezione di una sana convivenza sociale.

«Io sono contro qualsiasi sconto di pena, perchè è una mancanza di serietà» ha dichiarato Edoardo Pallaro, il sindaco (ex An, eletto per il Pdl) di Montecchia di Crosara, il paese dove avvenne l’omicidio. Ma certo non sa, o forse non vuole sapere anche se dovrebbe, che la Costituzione è cosa serissima. E noi ne siamo e ne saremo sempre i suoi partigiani.

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Costituzione della Repubblica, art. 27, c. III - Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato

Marco Foroni (Segretario Sezione ANPI "don Pappagallo")

domenica 3 marzo 2013

Le elezioni e la sovranità popolare

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“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo recita l'art. 1, comma secondo, della Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza al nazifascismo e dalla guerra di Liberazione. La sovranità appartiene al popolo, e allora ciò nel vero significa che il popolo stesso, dopo aver esercitato i propri diritti politici attraverso il voto, si attende legittimamente di vedere di conseguenza soddisfatti i propri bisogni politici.

Lo tengano bene in mente tutti i parlamentari neoeletti. E tengano bene in mente, al di là delle schermaglie dal tratto anche clownesco da “buffoneria shakespeariana” (per citare Dario Fo), che i bisogni politici del popolo sono in primo luogo essenzialmente quelli di riconoscersi nelle Istituzioni democratiche, di percepire l’esistenza di un disegno politico che sappia comprendere l’intera collettività e comunità civile, di poter seguire un preciso e chiaro indirizzo politico, legittimato dalla scelta elettiva.

Questo è il compito delle Istituzioni, che si svolge attraverso i rappresentanti del popolo; perché se i bisogni politici essenziali dei cittadini non dovessero essere soddisfatti, la conseguenza diretta sarebbe la crisi irreversibile della identità nazionale, la schizofrenia politica, che renderebbe irrealizzabile il progetto costituzionale della solidarietà sociale, venendo a mancare il presupposto essenziale, ovvero la base fondante costituita dalla identificazione nello scopo comune.

Questo deve essere il compito delle Istituzioni repubblicane e dei suoi rappresentanti, l’unico vero atto di risposta dovuto alla delega elettorale, perché è in querta proiezione funzionale che si dispiega la tutela della democrazia come bene comune.

Questo ci dice la Costituzione. E chi non rispetta ciò, si pone irrimediabilmente fuori da essa. Noi, suoi partigiani, saremo sempre dalla sua parte.

Marco Foroni
Segretario Sezione ANPI don Pappagallo (Esquilino-Monti-Celio)



“Quei punti d’intesa nella Costituzione” di Salvatore Settis

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La spietata eloquenza dei numeri azzera la retorica liquidatoria che fino a ieri bollava di “antipolitica” ogni sillaba di ogni grillino e porta il Movimento Cinquestelle, divenuto il primo partito italiano, al centro della politica. «Antipolitica, parola violenta e disonesta», ha scritto Gustavo Zagrebelsky in queste pagine; violenta specialmente in bocca a chi ha sdoganato in passato, in nome della Realpolitik, indiscussi campioni dell’antipolitica come Berlusconi e la Lega. Oggi i numeri del Senato impongono la scelta fra due strade: la prima è l’abbraccio mortale con Berlusconi per un cosiddetto governissimo che sarebbe un governicchio incapace di gestire non dico la crisi ma l’ordinaria amministrazione, in una legislatura breve destinata a finire rovinosamente sfociando in nuove elezioni con Grillo sopra il 50%. La seconda, verso la quale si registrano faticose aperture, è una maggioranza d’obiettivo Pd-5Stelle. Ezio Mauro ha detto quale dovrebbe essere il programma, peraltro obbligato, di un’alleanza come questa: nuova legge elettorale, drastiche misure contro il conflitto di interessi, riduzione dei costi della politica, revisione del bicameralismo perfetto; Stefano Rodotà ha aggiunto diritti delle persone e beni comuni.

Su questo terreno è possibile una convergenza tattica di breve periodo, se il piano è di eleggere i presidenti delle Camere e il Capo dello Stato, affrontare il menu delle riforme e tornare al voto. Sarebbe una maggioranza fragile, afflitta da mutue diffidenze, potenzialmente rissosa. E assediata da Berlusconi e da montiani con voglie di rivalsa. Gettando il cuore oltre l’ostacolo, è dunque il caso di chiedersi se non sia possibile cercare un terreno d’intesa strategica più ampio e radicale. La prima mossa per farlo è una pratica abbandonata, una virtù desueta: quella dell’autocritica. Il Pd sembra specialmente allergico a qualsiasi analisi dei propri errori, dalla Bicamerale all’incondizionato appoggio al governo “tecnico”, che ha ridotto lo spread al costo di paralizzare il Paese, accrescere la disoccupazione e il disagio sociale, mettere in campo un nuovo partitino di destra.

Ma il fallimento di una campagna elettorale che si è afflosciata subito dopo le primarie, quasi che fossero più importanti delle elezioni nazionali, dovrebbe far riflettere. Milioni di italiani (anche chi ha votato Ingroia) hanno dichiarato col voto di non poter più seguire un Pd il cui progetto per il futuro si fonda sull’obbedienza al Volere dei Mercati (ripetendo fedelmente le giaculatorie di Monti). Grillo e i suoi, molti ripetono, non hanno cultura di governo; sanno dire solo dei no, vogliono spaccare tutto all’insegna di una generica indignazione civile, non hanno un vero programma. E se invece i formidabili anticorpi spontanei contro il sistema che hanno raccolto più di otto milioni di elettori intorno al Movimento 5Stelle avessero un dna comune, una matrice riconoscibile, da cui possa partire una vera proposta di governo? E se il Pd, dopo la vittoria di Pirro che deve ancora digerire, ritrovasse in quello stesso dna qualche ragione di riflessione su se stesso, sull’Italia, sul futuro? Questo terreno comune esiste, nonostante lo sforzo di auto-accecamento che ci impedisce di vederlo: si chiama Costituzione.

Negli ultimi decenni si è aperto un baratro fra i principi della Carta fondamentale e le pratiche di governo. Nella Costituzione troviamo scritta la sovranità popolare, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto alla cultura, il precetto di orientare l’economia e la proprietà secondo il principio supremo dell’utilità sociale (cioè del bene comune). Troviamo un orizzonte dei diritti, mai pienamente attuato, per cui possiamo dire con Calamandrei che «lo Stato siamo noi». Lo Stato, non i governi. Perché i governi hanno fatto il contrario: hanno smontato lo Stato, ridotto lo spazio dei diritti, svenduto le proprietà pubbliche, anteposto il guadagno delle imprese al pubblico interesse, promosso la macelleria sociale (l’espressione è di Mario Draghi) e la creazione di “generazioni perdute” di giovani. In nome di una concezione miserabile dell’economia come cieca obbedienza alle manovre della finanza, genuflessione ai mercati, concentrazione della ricchezza e pauperizzazione dei più, la democrazia è stata sospesa e mortificata, sono cambiate le regole della politica.

“Politica” è il pubblico discorso fra cittadini, che ha come fine la pubblica utilità, come strumento il governo, come regola la democrazia. “Antipolitica” è regolare le sfere vitali della comunità (economia, società, etica) sfuggendo alle regole della democrazia, ponendo l’impersonale supremazia dei mercati al di sopra di ogni istanza di giustizia, di libertà, di eguaglianza. I cittadini che protestano contro tanta violenza, anche se in modo scapigliato e informe, hanno più voglia di politica di molti che la fanno per mestiere, storditi dai tatticismi di partito. Associazioni e movimenti reclamano più (e non meno) politica, cioè una più alta, forte e consapevole voce dei cittadini. Questo è il senso del travolgente referendum sulla proprietà pubblica dell’acqua, questo è (lo ha scritto in queste pagine Barbara Spinelli) il senso del successo-tsunami del Movimento 5Stelle.

Una forte iniezione di Costituzione nelle ragioni dei movimenti non ne cambia le istanze di fondo, le rafforza. In nome della Costituzione, gli anticorpi spontanei che si manifestano oggi nell’indignazione e nel voto (e domani potrebbero diventare barricate e sommosse) possono prendere coscienza del drammatico gap fra orizzonte dei diritti e pratiche di governo. Possono provare a sanare questo gap non chiudendo gli occhi davanti ai problemi (per esempio il debito pubblico), ma cercandone la soluzione in nome non solo dei mercati ma dell’utilità sociale (per esempio colpendo l’evasione fiscale). Con lo Stato contro i governi: questa lettura del “voto di protesta” (o delle astensioni) passa attraverso la legalità e la Costituzione. Ci ricorda un antico principio del diritto romano (resuscitato in alcune recenti Costituzioni, per esempio in Brasile), l’azione popolare, e cioè il diritto dei cittadini di agire in giudizio, in nome della legalità, contro governi e pubbliche amministrazioni che non la rispettino. Misurare i drammi dell’economia sul metro della Costituzione, cercarvi soluzioni graduali tenendo l’ago della bussola fisso sul bene comune, principio supremo che informa ogni parola della nostra Carta fondamentale. Su questo terreno comune, perché non potrebbe formarsi oggi una maggioranza di governo un po’ più coraggiosa, un po’ meno fragile?

da la Repubblica, 3 marzo 2013
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