sabato 14 maggio 2011

E’ ora di sfrattare Casapound?


Circola ormai sulla stampa e sul web la notizia che il Comune di Roma ha deciso di acquistare dal Tesoro lo stabile di via Napoleone III, dove da 7 anni ha trovato compiacente ospitalità CasaPuond. Non è stata precisata la destinazione che verrà data allo stabile peraltro prestigioso. Ma loro lo hanno confermato: non se ne vogliono andare: noi certo – dichiarano – non lasceremo lo stabile dove siamo da 7 anni.
E siccome siamo maligni sospettiamo che gli amici mai perduti del sindaco saranno oggetto di una generosa regalia, si sa la riconoscenza è la cifra di questa classe dirigente. Una classe dirigente che anche a guardare il governo spesso sconfina nel ricatto e nella soggezione alla voce del più forte, magari reso potente da esperienze condivise ed imbarazzanti ricordi comuni.
È uno dei casi esemplari e allegorici che ci rammentano che non è vero che non ci sono più destra e sinistra. La destra c’è altro che se c’è. E la alimenta e la fa lievitare anche la nostra accidiosa indifferenza alla rimozione della storia e la nostra inclinazione all’oblio, come se dimenticare gli errori ci riparasse dal perpetuarli.
Eppure è sicuro che il revisionismo non è un accidentale, casuale e naturale processo fisiologico del tempo. E che la destra sa bene che la democrazia viene svuotata anche attraverso lo svuotamento della storia e del nostro passato, mediante la rimozione di quell’affrancamento di popolo che oggi sembra non siamo capaci di ripetere, indulgendo a colpevoli “perdonismi”, per i quali i combattenti sono tutti uguali che stiano dalla parte giusta o da quella della tirannia, della sopraffazione, dell’odio.
Si è d’uopo fare un bel po’ di autocritica, perché è a chi si è sentito rappresentato e rappresentante dei valori delle speranze e delle utopie della Resistenza che attribuisco gran parte della colpa per la scarsa vigilanza, l’indifferenza, la perdita di identità. Perché chi la Resistenza l’ha fatta non la considerava solo una guerra di liberazione dai nazifasciti ma l’impegno - anche a costo della vita - per una società fondata su eguaglianza solidarietà equità, sul cambiamento di un modello sociale, sulla dignità delle persone uguali senza differenza di credo colore sesso.
Sembravano valori acquisiti, per alcuni modernisti una polverosa paccottiglia da sussidiario. Ma non deve essere così se ogni giorno vengono rimessi in discussione, ostacolati, erosi, proprio da questa destra che ci narra di una modernità regressiva e iniqua.
Tempo fa, ho citato un scritto di Vittorio Foa che in nome di una “pace”(non pacificazione) attiva, dinamica, lungimirante, ammoniva di non soffermarsi sul passato: lo sguardo fermo, fisso su un punto del passato fa perdere troppe cose importanti peggiori o migliori che stanno capitando ora.
Questa perdita, diceva, è un rischio, perché ti pietrifica in un punto del tempo.
Con tutta l’ammirazione per Foa, dubito avesse del tutto ragione. Proprio perché la dimenticanza ci ha fatto sottovalutare la potenza di questa destra ahimè di governo che integra le vecchie fattezze robuste e muscolari del passato, con la loro consolidata tradizione storica, con nuovi contenuti altrettanto infami: diffidenza, egoismo, paura, personalismo, corruzione, ben collocati su una impalcatura a sostegno della delegittimazione delle istituzioni democratiche a beneficio di un sistema autroritario.
In questi anni si è parlato molto di uso pubblico della storia, una lettura del passato che avviene fuori dai luoghi deputati della ricerca. Ma ormai si assiste ad una degenerazione del fenomeno, un uso politico della storia che vuole imporre una diversa visione dell’ordine delle cose, un cambiamento di valutazione ma soprattutto un rovesciamento del sistema di valori.
A questo contribuiscono anche gli irriducibili di CasaPound, il consiglio che ci sentiamo di dare è di espellerli dalla casa comune, quella della ragione, della conoscenza, della democrazia.

Anna Lombroso per ANPI “don Pappagallo”
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