venerdì 11 marzo 2011

Rischi fatali. Democrazia economica, disuguaglianze sociali. Un articolo di Nino Andreotti

Rischi fatali è stato il titolo della trasmissione di Santoro del 10 marzo: star Tremonti, coprotagonisti Scalfari e Bertinotti, De Bortoli comprimario.
Tremonti ha detto di tutto e di più, mescolando affermazioni corrette ad altre scorrette e soprattutto a omissioni. E sono principalmente le omissioni che gli hanno permesso di eludere molti perché. Questo sul piano dell’analisi, della diagnosi. Di terapia – e cioè di come uscire dalla crisi – non si è praticamente parlato. Comprensibilmente, ragionevolmente, perché non è un problema che possa risolvere un governo nazionale. Nessun governo, neppure quello americano; e neppure ‘governi’ regionali, tipo Unione Europea. L’unica strada sarebbe quella di un’effettiva collaborazione tra USA, Europa, Giappone e Cina; meglio se supportate da India e Brasile. Niente di nuovo: si sa da decenni che non esistono soluzioni nazionali a problemi globali.


Quindi le mie osservazioni riguarderanno unicamente l’analisi/diagnosi propinata accortamente da Tremonti, cui poco hanno aggiunto gli altri.
Una delle parole-chiave che non è stata mai nemmeno pronunciata è deregulation. Omissione è gravissima, perché nasconde una grande verità. E cioè che le regole c’erano eccome. Quelle che, dopo il crac borsistico del 1929 e la successiva Grande depressione, avevano impedito altre simili catastrofi; fatte nel New Deal e alla fine della guerra, da Roosevelt, a Bretton Woods, e dai governi occidentali del dopoguerra.
C’erano ma sono state via via smantellate a partire dalla fine degli anni Settanta; da Thatcher, da Reagan, dai loro sodali di tutto il mondo, dal Fondo Monetario Internazionale, dal WTO e anche dall’UE, dopo l’epoca culminata nella presidenza di J. Delors. Un’opera sistematica di smantellamento di regole finanziarie, commerciali, sociali e di governo delle imprese, all’insegna dell’ideologia del fondamentalismo di mercato.
Per decenni governi di destra, con la complicità di altri sedicenti di sinistra (vedi il tanto osannato Tony Blair, ma non solo lui) hanno predicato l’ideologia liberista e praticato quelle politiche. E chi non era d’accordo veniva zittito: è capitato a vari grandi economisti, insigniti del premio Nobel, tra cui alcuni (Krugman, Roubini, Stiglitz, solo per citare i più noti, in ordine alfabetico) avevano suonato l’allarme e anche previsto la crisi. Per brevità non ne elenco parecchi altri.
Per decenni si è sparato ad alzo zero – nelle università, nei consessi più prestigiosi, sui media, nelle imprese e finanche nelle modeste assemblee di partito – su TUTTI quelli che obbiettavano al pensiero unico; ma proprio su tutti a partire dai grandi pensatori come Marx, Keynes, Polanyi, Galbraith, Tobin, fino ai pincopallino come me. E quelli che sparavano stanno ancora in sella e pretendono di continuare ad avere voce in capitolo, perfino di dettare la linea.
Altro che mostri improvvisamente apparsi come su un videogame! Alieni provenienti da altri mondi. Queste sono bugie, unicamente, puramente bugie!
Non è vero che la crisi fosse imprevedibile e non è vero che non fosse stata prevista. Non è vero che Adam Smith fosse un fondamentalista di mercato e non è vero che grandi maestri del XIX e XX secolo fossero degli ingenui idealisti o dei pericolosi sovversivi. Non è vero che le teorie liberiste, neoclassiche o monetariste fossero corrette e tantomeno che fossero cose nuove, che fossero delle innovazioni. Non è vero che questa crisi è frutto di un incidente o di un qualche malfunzionamento. Sono tutte bugie, solo bugie per coprire le responsabilità di chi ha contribuito a generare la crisi e che ora pretende di continuare a governare, a guidare l’exit strategy.
Questa terribile crisi, che farà sentire i propri effetti per almeno un decennio, è l’esito previsto (da pochi) e non previsto (da molti altri, per imperizia o per opportunismo) di quelle politiche di deregolamentazione, di privatizzazione, di cartolarizzazione, di corporate governance, tanto per fare qualche esempio e per chiamare le cose con il proprio nome.
Questa è la crisi del debito; sì, ma di quello privato, non di quello pubblico; è una crisi dovuta anche all’arretramento del pubblico e della democrazia dalla sfera economica.

Questa crisi è anche figlia della perdita di potere d’acquisto dei ceti medi e medio – bassi; delle mostruose disuguaglianze economico-sociali che sono andate crescendo in Occidente a partire dagli anni Ottanta; dell’uso sconsiderato delle risorse naturali; della politica di guerra – in primis di quella all’Iraq – i cui costi sono esorbitanti e tutti a carico del cittadino medio.
Queste non sono affermazioni infondate e tantomeno slogan propagandistici di pericolosi bolscevichi.
Sono semplicemente le conclusioni cui arrivano i migliori economisti del mondo (tra cui nessuno annovera Giulio Tremonti), che pure partono da orientamenti ideali differenti.
E non sono certo il solo a esserne informato; sicuramente ne sono a conoscenza Tremonti e tanti altri personaggi importanti, compresi molti giornalisti main stream. Solo che queste cose non le dicono, non le scrivono, o al massimo le abbozzano, le accennano en passant; perché non conviene; perché se andiamo ad approfondire questi e tanti altri punti (e non ne lasciamo il compito solo a pochi intellettuali, coraggiosi ma di nicchia), si arriva a conclusioni che non piacciono alla gente che piace.
Avrei voglia di parlare anche delle ragioni per cui un debito (privato, ribadisco) di tali dimensioni sia stato coscientemente prodotto; e della crisi di liquidità (gli esperti la chiamano credit crunch); della finanza che estrae non crea valore; di un modello di crescita drogata, nemico della sicurezza internazionale, dell’ambiente e della coesione sociale; dei disvalori culturali iper-individualistici, anti-solidaristici e predatori che hanno giocato e continuano a giocare un ruolo. Delle cose che sono state fatte e di quelle non fatte. Mi piacerebbe parlarne, perché, prima o poi, in un modo o nell’altro, da questa crisi si comincerà a uscire. E il punto è proprio come se ne uscirà e chi pagherà i danni.

Nino Andreotti
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