domenica 23 gennaio 2011

Il Paese della diseguaglianza. La crisi economica e l’art. 3 della Costituzione.



Potremmo anche spiegarlo a mò di slogan pubblicitario, di quelli che piacciono tanto ai più, magari esplicitato in questo modo: "La povertà non è più senza fissa dimora”. Perché la povertà è accanto a noi, forse meno apparente, certo più profonda; diffusa e afona, conseguenza di quella diseguaglianza dilagante amplificata da trenta anni di politiche neoliberiste, particolarmente feroci nel nostro paese. E coda velenosa della Terza Depressione Mondiale, come l'ha recentemente definita il premio Nobel per l'economia Paul Krugman, dalla quale l’establishment finanziario globale (cioè i capitalisti neoliberisti) spinge per una sua uscita da destra. La crisi ha accentuato a dismisura le diseguaglianze e frantumato anche la “classe media” italiana. Il modello nordamericano della concentrazione spinta della ricchezza e della diffusione di massa della povertà; a forza di dirlo, in tanti e per anni, siamo diventati tutti americani. L'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. I principi costituzionali dell’eguaglianza non sono più valore comune condiviso, né si attuano politiche per rimoverla, e le distanze si allargano. E non lo dicono né i “comunisti” nostalgici (“…quelli che si sentono ancora negli anni ’70…” li definiscono in molti, anche tra i cosiddetti riformisti del centrosinistra) né l’Internazionale socialista. Ma lo certificano l'OCSE, la BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali), la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.
Un po’ di statistica. C’è un indice che viene utilizzato per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito, elaborato nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Ecco, il "coefficiente del Gini” ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Infatti la recessione del 1991-93, quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa che causò un milione di disoccupati, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della disuguaglianza. Accentuata, possiamo anche dire, dalle politiche economiche concertative di quel biennio e dalla legislazione sul lavoro conseguente (dal pacchetto Treu del 1997 alla legge 30) che ne ha trasferito sul lavoro, in particolare giovanile, l’oramai insostenibile costo, camuffando la flessibilità con la precarietà a vita (e della vita). Per chiarire ancora meglio: più basso è l'indice Gini più eguale è la società. E per il nostro Paese l’indice arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente al 28 e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord, con tuttora solide basi di welfare: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente del Gini del 23 per cento.Ma c'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza: dividere la popolazione in “decili”, considerare il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero, per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui la situazione è drammatica: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nel confronto tra i Paesi europei ci supera solo la Gran Bretagna (post “thatcherismo / terza via giddensiana”) con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2 (A.E. Carra - C. Putignano, "Un paese da scongelare", Ediesse). In Italia quindi i ricchi sono sempre più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri. E così, negli ultimi venti anni le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E gli effetti della recessione ultima, non faranno altro che ampliare questi divari, con il beneplacito soddisfatto delle destre al governo.
La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, negando l’uguaglianza delle opportunità: ci dice la Banca d'Italia (anche qui non ho riscontrato tracce di militanti bolscevichi) nell’uiltima indagine su "I bilanci delle famiglie italiane” : il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un drammatico processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. E, in particolare, la città di Roma è fondamentale nell'attribuire alla regione Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. Aumentano i disagi sociali, perché l'eguaglianza migliora il e tutela anche il benessere psicologico di tutti noi perché tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della disuguaglianza, che rappresenta la causa prima di implosione del sistema economico capitalistico (R. Wilkison – K. Pickett, “La misura dell’anima”, Feltrinelli). E l’esplosione dei “working poor”, i lavoratori poveri, oggi sia tra gli operai che tra gli impiegati. Un fenomeno che in Italia non avevamo ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. E la vicenda FIAT, di Pomigliano e Mirafiori, ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la inaccettabile distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato, Sergio Marchionne, e i lavoratori, dove il primo guadagna più di mille volte di più dei secondi (a paga le imposte in Svizzera).
E nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. E si sta accanendo sui giovani. È l'Istat che lo certifica nel suo ultimo Rapporto annuale dal quale leggiamo: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni ottanta). E le politiche recessive del governo della destra non farà altro che accentuare queste tendenze, in preoccupata attesa dei dati relativi al 2010. E’ stato così, colpendo dal basso, che si è costruito un paese sempre più diseguale, a forte rischio democratico, una forbice sociale che ha determinato negli ultimi anni la comprensibile e sana rabbia e il risentimento collettivo degli studenti, dei lavoratori allo stremo e indignati. Solo dal recupero e nella centralità della coscienza di classe collettiva, nella rivendicazione dei diritti, nell’unità di azione. Rendere più equa la distribuzione del reddito agendo su un prelievo fiscale progressivo (ce lo dice la Costituzione), incrementare le prestazioni sociali, favorire la mobilità tra le classi sociali e nei percorsi di vita. Solo in questo modo potremo tornare a rinsaldare quale patrimonio comune i principi di eguaglianza e di opportunità sanciti dall’art. 3 della nostra Costituzione, da troppo tempo ormai disattesi. Nell’indifferenza di molti, con la complicità di troppi. Non possiamo più accettarlo.

Costituzione della Repubblica italiana. Art 3, comma II: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


Marco Foroni
Segretario della Sezione ANPI “don Pappagallo”

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