martedì 4 gennaio 2011

Costituzione, neoliberismo, nuove povertà.


Uno Stato si definisce sociale quando promuove e avalla il principio di quella che possiamo definire una assicurazione collettiva, finalizzata a tutelare tutti i singoli cittadini contro gli eventi negativi e le loro conseguenze. Tale principio definisce l’idea di società come esperienza di comunità solidale sentita e vissuta, sostituendo all’ordine dell’egoismo l’ordine dell’uguaglianza; il primo genera sfiducia e sospetto reciproci, il secondo fiducia e solidarietà.

L’applicazione di tale principio mira a proteggere le donne e gli uomini dalle piaghe della disoccupazione, della emarginazione, della povertà divenendo fonte di quella solidarietà che trasforma la società in un bene comune, condiviso dalla comunità nella tutela contro l’esclusione e la condanna all’ “esubero sociale”,  ovvero da quella condizione di privazione del rispetto e dei diritti propri della persona,  nel non essere designati come “rifiuti umani”.

Senza un forte Stato sociale è più difficile che le persone possano trovare le motivazioni all’impegno politico ed alla  partecipare alla dinamica democratica, poiché senza diritti sociali diffusi e per tutti  più labile sarà la percezione dei propri diritti politici, dal momento che consentono di legare l’idea di comunità alla realtà quotidiana e la piantano sul terreno solido dell’esperienza di vita.
In Europa l’attacco neoliberale alle istituzioni dello Stato sociale (il welfare state di Lord Beveridge, un liberale…) risale ad un trentennio fa e fu venduto ai cittadini attraverso gli slogan thatcheriani presi alla lettera dai manuali di marketing per la comunicazione pubblicitaria dei beni di consumo, che miravano a definire i membri della comunità nazionale come clienti soddisfatti (da qui la “carta” del cittadino di John Major). E, purtroppo, l’ordine dell’egoismo neoliberale è stato in questi anni rafforzato e consolidato dalle varie politiche delle terze vie, dei New Labour, degli ulivismi vari, insinuatosi dietro il famigerato codice della  “modernizzazione”.
In particolare nel nostro Paese, ne è conseguito che ben poco di ciò che era sfuggito alla mercificazione neoliberista, è sfuggito allo zelo dei cosiddetti modernizzatori, nonostante i principi del nostro dettato costituzionale che si ispirano alla tutela di diritti insopprimibili e alla uguaglianza sociale.

Un furore ideologico fatto proprio dalle destre con l’attacco a quelle aree di vita rimaste fuori dal perimetro del mercato dei beni di consumo, aprendo le porte a nuovi capitali privati e a nuova concorrenza di mercato (cosa altro rappresenta l’attuale aggressione alle istituzioni scolastiche e universitarie?), con l’obiettivo di affiancare e sostituirsi gradualmente ai beni stessi; la trasformazione di beni collettivi pubblici a merce che ciascun individuo possa essere libero di poter acquistare ammesso, ovvio,  che ne abbia le possibilità economiche. Un attacco economico-politico e mediatico di proporzioni colossali, eccezionale per durata e intensità.
La modernizzazione si è quindi trasformata in “condizione permanente” delle istituzioni politiche e sociali, erodendo il valore della riflessione di lungo periodo ed esasperando il senso di incertezza e di precarietà dell’esistenza, nell’ossessivo affermare  la regola di validità “fino a nuovo avviso”, massima condizione favorevole per i mercati dei beni di consumo.
E forse questo è stato il maggior servizio reso, e che si rende tuttora, alla causa della rivoluzione neoliberista ed alla indiscussa regola del pensiero unico della “mano invisibile”; invisibile non nella regolazione imparziale delle vicende del libero mercato secondo il verbo mercatista, ma in quanto abile ad eludere tutti i tentativi di osservarne, indovinarne o prevederne le mosse. Ad ogni successiva ondata di modernizzazione, la mano invisibile diviene sempre più invisibile e posta progressivamente sempre più fuori dalla portata degli strumenti esistenti di intervento politico, nel rispetto delle regole democratiche.
La società dei produttori di epoca fordista puntava sulla prudenza e sulla cautela di lungo periodo, sulla durevolezza e la sicurezza della vita; ma, ad un certo punto (ovvero dalla metà degli anni settanta del novecento) questo “stato stazionario” iniziò a male accordarsi con i princìpi della società dei consumatori, dove il desiderio umano di stabilità, equa e condivisa, si trasformò da primario punto di forza a insostenibile punto di debolezza, causa principale di perturbazione e di malfunzionamento; si avviò così il rovesciamento di valori non più legati alla durata ma alla transitorietà.  E ciò perché il consumismo, in contrasto netto con le precedenti forme di vita, associa la promessa felicità alla:
-  costante crescita della quantità delle merci, non tollerando nella sua intrinseca modalità di funzionamento crisi di sovrapproduzione, i cui effetti sono da una paio di anni sotto gli occhi di tutti;
-  intensità effimera dei desideri che ne debbono derivare e non certo alla soddisfazione dei bisogni massimizzando le singole utilità, come intendono le teorie microeconomiche utilitaristiche e marginaliste; tutto ciò, nell’enfatica negazione della virtù del rinvio.
Il che, conseguentemente, implica a sua volta il rapido utilizzo e la rapida sostituzione degli oggetti con cui si pensa e si spera di soddisfare quei desideri, rigettando la cultura della manutenzione, del servizio e dell’assistenza post-vendita. Associando l’insaziabilità dei bisogni all’impulso e all’imperativo di guardare costantemente alle merci per soddisfarli; ovvero la generazione del ciclo neocapitalista desideri->nuove merci->desideri all’interno della cornice dell’obsolescenza programmata o preordinata (l’ “invecchiamento morale” distinto da quello fisico, di marxiana memoria) dei beni offerti dal mercato e, parallelamente, dell’industria dello smaltimento dei rifiuti, in notevole ascesa.
La sindrome consumistica, quale stato ultimo della forza rivoluzionaria capitalista, abbrevia radicalmente il ciclo di vita del desiderio (divenuto “prodotto” esso stesso) e la distanza temporale tra il desiderio e la sua gratificazione; e tra quest’ultima e il cestino dei rifiuti, nell’esplicitarsi della dinamica dei fattori velocità->eccesso->scarto. Si ridisegnano le dimensioni temporali, nello sviluppo del concetto di “uomo sincronico” che vive esclusivamente nel presente e non presta attenzione all’esperienza passata o alle conseguenze future delle proprie azioni, nell’assenza di legami e relazione collettiva in un approccio strategico che premia la velocità e l’efficacia in luogo della pazienza e della perseveranza.
L’instabilità dei desideri e l’insaziabilità dei bisogni, la propensione intrinseca al consumo immediato e alla correlata eliminazione degli oggetti consumati, si accorda perfettamente alla nuova liquidità del contesto in cui le attività della vita si svolgono e si svolgeranno nel futuro prossimo e prevedibile; equazioni di vita dove ci sono quasi soltanto variabili e ben poche costanti. Contesto inadatto alla pianificazione, alla programmazione, all’investimento, alla  accumulazione di medio e lungo periodo, e che molto ben si coniuga con la pratica neoliberista della speculazione predatoria a breve. E ne vediamo oggi le conseguenze economiche.
L’ambiente propizio alla società consumistica è rappresentato dal contesto deregolamentato e privatizzato, dove l’obiettivo è posto sugli interessi dei singoli “consumatori” quali soggetti individuali, e sui quali gravano la responsabilità delle scelte, delle azioni che seguono le scelte e delle conseguenze di tali azioni. L’incentivazione ha sostituito in gran parte la coercizione, la seduzione i modelli comportamentali tassativi del passato, la pubblicità la vigilanza sul comportamento, l’evocazione di nuovi bisogni e desideri la regolamentazione normativa.
Il contesto delineato determina una nuova forma di dipendenza, accentuata dal conflitto spinto dal paradigma  consumo <--> deflazione salariale che provoca disponibilità ad ogni forma di impiego (anche il più mortificante) pur di percepire una qualsivoglia forma di contribuzione, spesso precaria, irregolare ed incerta. E’ necessario pertanto lavorare per rovesciare la logica consumistica +lavoro -> +guadagno -> +consumo, ponendo il problema della redistribuzione del tempo di lavoro conciliante nuove forme di esistenza, della riduzione dell’orario di lavoro, dello svincolamento del salario dal diritto alla vita ed ai suoi tempi, ipotizzando anche forme alternative di redditi di cittadinanza sganciati dal lavoro.
In sostanza riavviando concretamente una politica economica che metta al centro delle istanze la redistribuzione del reddito e degli incrementi di produttività, con l’obiettivo di superare il paradosso neoliberista della crescita occupazionale (in gran parte precaria) senza crescita economica.
La società contemporanea consumistica considera i suoi membri in primo luogo come consumatori  e solo secondariamente, e in parte, come produttori. Per soddisfare gli standard di normalità ed essere riconosciuti come membri “maturi e perbene”, è indispensabile rispondere in modo veloce ed efficace, come detto, alle tentazioni del marcato dei beni di consumo; ognuno è chiamato a contribuire alla “domanda in grado di assorbire l’offerta”, e nelle fasi di stagnazione e recessione dell’economia (come quella  attuale) si deve partecipare alla ripresa, ovviamente guidata dai consumatori (che sono in grado di farlo).
Ed i poveri e gli oziosi, coloro  che non hanno un reddito decoroso né prospettive in miglioramento non saranno certo all’altezza di tali requisiti; di conseguenza la norma infranta dai poveri la cui violazione li contraddistingue e li etichetta come “anormali” non è solamente quella, in  ogni caso decisiva, del lavoro e della occupazione, bensì quella della competenza o adeguatezza come consumatore. I poveri di oggi sono in primo luogo dei “non consumatori” più che dei “disoccupati”, ovvero consumatori difettosi poiché vengono meno al più basilare dei doveri sociali: essere sempre acquirenti attivi.
Da qui il concetto che li definisce, in quanto vittime collaterali del consumismo, immeritevoli e totalmente inutili; nessuno ha bisogno di loro, quindi tolleranza zero, non sono necessari e dunque sono indesiderati. Quindi: qual è il loro posto? Devono scomparire, essere allontanati dalle strade e dai luoghi frequentati dagli abitanti legittimi del meraviglioso mondo del consumo. I poveri sono persone negligenti, colpevoli e privi di principi morali, se uno è povero è perché vuole esserlo, poiché avrà scelto razionalmente il tempo libero anziché impegnarsi nella ricerca di un lavoro; è il pensiero del modello “reganiano” che mira a derubricare i problemi sociali e collettivi in fallimenti personali.
L’economia fondata quindi non sull’individuo, bensì sull’individualismo; ed è su questa ideologia che si basa la precarietà dell’esistenza: in assenza doverosa di intervento pubblico la disoccupazione è naturale e, quindi, per definizione volontaria. Poiché ci saranno sempre condizioni di lavoro sufficientemente flessibili, e quindi un salario sufficientemente basso, che consentirà di dare un lavoro a chiunque lo desideri. “La società non esiste, ci sono solamente individui in conflitto e competizione tra loro” affermava  M. Thatcher. E per questo, la logica conseguenza, da sottoporre alla polizia e alla giurisdizione penale.
Poi, da qui ad essere considerati elementi criminali il passo è breve e, conseguentemente, ecco facilmente dimostrato come la questione della povertà possa essere convertita in una questione di sicurezza, perché prima di ogni altra cosa è questione di legge ed ordine e che ad essa si deve rispondere con le medesime modalità a cui si risponde ad altre tipologie di violazione delle legge. Una società come quella neoliberista che si fonda sull’incertezza, è intrinsecamente incerta della sopravvivenza del suo modus vivendi e giocoforza sviluppa una mentalità da fortezza assediata, minacciata dai suoi demoni interiori.
Quanto maggiore sarà la domanda dei consumatori (e quanto è più efficace la seduzione che il mercato esercita sui potenziali clienti) tanto più ampio e profondo sarà il divario tra coloro in grado di soddisfare i propri  desideri e tra coloro che pur sedotti sono incapaci di conformarsi. Anzichè agire da equalizzatrice come evocato dalla ideologia neoliberista, la seduzione del mercato è un elemento di divisione di straordinaria e incomparabile efficacia. E nel fare a gara al moderatismo sociale, con le corse al centro politico, la quasi totalità delle forze politiche ha fatto proprie le istanze mercatiste, incapaci di dare risposte voce e progetto a conflitti che già sono e saranno necessariamente radicali, nella completa dimenticanza e indifferenza delle problematiche reali della vita delle persone, in questa fase di gravissima recessione economica.
E’ oramai acquisito che il governo delle destre in carica nel nostro paese adotta azioni di politica economica di stampo liberista con chiare istanze di tipo assistenziale; opzioni, queste, spesso configgenti con il senso comune dei diritti alle persone. Secondo l’ideologia del pensiero unico, c’è solo spazio (limitato) per un welfare destinato ai meno abbienti, per la politica caritatevole, solo in apparenza altruistica, alla base della quale c’è probabilmente solo il timore della rivolta dei poveri.
Una sorta di conservatorismo caritatevole i cui presupposti, visione sociale e considerazione delle singole soggettività sono decisamente miserabili. Solo i più poveri, quindi, magari provvisti di un numero plastificato (la cosiddetta “social card” di cui non si hanno più nemmeno minimi sprazzi di notizia) e consegnati ad una fascia sociale elettronicamente codificata; non più classe, ma individui con la patente dei poveri dove la povertà cessa di essere un fatto collettivo, ma questione personale priva della mediazione del welfare, priva di rappresentanza politica, e affidata alla benevolenza compassionevole del sovrano della provvidenza da ancìent regime, nella società classista. Una organica politica delle disuguaglianze che coinvolge tutti i livelli della società civile.
Non più, quindi, il welfare. Non più l’istruzione pubblica di massa democratica, non più le pari opportunità di partenza, ma solo poveri “patentati”, stereotipi della sconfitta collettiva, riconoscibili da tutti alla cassa del supermercato magari dalla nuova tessera del pane dove otterranno sconti e mance (e ulteriori discriminazioni e ingiustizie); non più redistribuzione, ma elemosina del terzo millennio, nell’enfatica abrogazione dei poveri come questione sociale, ovvero come problema politico.
Non più Piani di edilizia popolare, lo Statuto dei lavoratori, la Sanità pubblica per rispondere ai bisogni di una società che chiedeva (e chiede) diritti di fronte ai rischi di una trasformazione socioeconomica profondissima. Ma consegna dei poveri e degli emarginati al loro destino immutabile nel trionfo di questa razionalità dagli echi malthusiani, di questo neoliberismo positivista che non prevede impiego di risorse economiche per modificare ciò che è, secondo il pensiero unico imperante, immodificabile.
Ma questa filosofia dei poveri per decreto e per dati statistici, che ci dice che per la prima volta nella storia della democrazia italiana ci sono cittadini dichiarati per legge poveri, conferma che di fatto (e di diritto) in Italia non esiste più uno stato sociale, ma solo politiche caritatevoli in soccorso dei più bisognosi che lo Stato tratta in modo diseguale rispetto agli abbienti.
Ovvero che non ci sono più cittadini aventi uguali diritti nell’accesso ai servizi con i quali soddisfare quelle necessità e quei diritti che la Costituzione repubblicana definisce come essenziali, ma cittadini che possono fare da sé e cittadini che non potendo fare sono aiutati dallo Stato, determinando un vulnus costituzionale nel decadimento di quel concetto di cittadinanza come grappolo di diritti civili, politici e sociali, che ha accompagnato la rinascita politica democratica nel dopoguerra, dalla Liberazione del giogo nazifascista.
E per la prima volta dall’entrata in vigore della Costituzione stessa, questa viene pesantemente stravolta e gravemente compromessa nei suoi caratteri fondativi, cioè nel riconoscimento (proprio dello stato sociale di diritto) del principio di pari dignità di tutti i membri del popolo dei cittadini, primo organo costituzionale. Siamo in presenza, concretamente, di una organica politica restauratrice che mira a cambiare i fondamenti della democrazia italiana, che si basano sulle eguaglianze dei cittadini verso le opportunità sociali.
Viene meno in questo modo il pilastro della uguaglianza democratica, che ora più che mai siamo chiamati a difendere, sancita e riconosciuta dall’art. 2 e dall’art. 3 della Costituzione, dove si impegnano e si vincolano istituzioni e cittadini al suo rispetto, per quella democrazia sostanziale e non formale fortemente affermata dai costituenti laici e cattolici, socialisti e comunisti.  Per le difese dal rischio di caduta, per la tutela a tutti i cittadini di eguali libertà e dignità, contro l’ideologia egemone della compassione per i poveri e del privilegio per i potenti.

Marco Foroni
Segretario Sezione ANPI “don Pappagallo”
Esquilino-Monti-Celio Roma
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