mercoledì 21 ottobre 2009

Viaggio nei luoghi della Memoria nei nostri rioni - Villa Wolkonskj

Villa Wolkonskj fu sede dell’Ambasciata tedesca a Roma dal 1922 sino alla liberazione di Roma il 4 giugno 1944 ma la storia dell’edificio risale al 1830 quando Alexander Beloselsky-Belosersky già ambasciatore in Sassonia e successivamente presso la corte sabauda a Torino ne entrò in possesso regalandola poi a sua figlia principessa Zenaide, allorché nel 1811 sposò il principe Nikita Wolkonsky, aiutante di campo dello Zar Alessandro I di Russia e nove anni dopo giunse a Roma per la prima volta, immergendosi nella vita culturale della città. Rimastavi tre anni, tornò a Mosca, che lasciò nel 1829, morto lo zar Alessandro I, per stabilirsi di nuovo a Roma dove si dedicò alla proprietà regalatagli dal padre. La villa subì nel tempo numerosi modifiche ed alla morte di Zenaide fu venduta alla famiglia Campanari che in circa dieci anni aggiunsero due ali ed un ulteriore piano raddoppiando la metratura dell'edificio; vennero installati sistemi di ventilazione artificiale, fu costruita una piscina chiusa nella parte inferiore del giardino, ingrandito il villino secondario e costruita un'altra residenza presso l'ingresso della proprietà per il personale. Grandi lavori resero di nuovo il giardino sontuoso come un tempo tanto da renderlo "un'oasi di pavoni, rose e di uccellini". Nel 1922 la villa fu venduta al Governo tedesco che aveva ripreso i rapporti diplomatici con l’Italia dopo la pace di Varsailles. L’edificio, sito nel rione Esquilino, ha la forma di un trapezio irregolare ed è compreso tra Via Statilia, Via Ludovico di Savoia (dove si trova l’ingresso) e via Piatti. Attualmente sede dell’Ambasciatore inglese, dopo la liberazione di Roma ritornò allo Stato Italiano che la retrocesse come compensazione dei danni di guerra al Governo di Sua Maestà britannica nel 1947.

Con il progressivo allineamento da parte di Mussolini alla politica estera tedesca culminato con la firma del Patto d’Acciao, Villa Wolkonskj divenne il centro focale della presenza nazista in Italia, al punto che nel periodo successivo alla dichiarazione di guerra dell’Italia (10 giugno 1940) non c’era più spazio all’interno per ospitare oltre alle rappresentanze diplomatiche istituzionali, le varie organizzazioni del Terzo Reich incaricate di sorvegliare e condizionare attivamente tutti gli organi dello Stato italiano, dal Re a Mussolini, gli ambienti industriali e finanziari, la stampa e persino lo stesso Partito Nazionale Fascista. Operavano qui la Gestapo (sotto coperture di addetti culturali), l’Abwher (il servizio segreto militare che spiava in particolare la Regia Marina), la SIPO (Sicherheitsdienst Polizia di Sicurezza) comandata dal tenente colonnello Herbert Kappler, responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine. Kappler presente a Roma da molti anni aveva il suo ufficio nella villa prima di trasferirsi nella vicina sede della SIPO di via Tasso 145, carcere nazista e luogo simbolo della resistenza romana oggi Museo della Liberazione. Tuttavia l’episodio più noto che riguarda Villa Wolkonskj è l’ignobile cattura della Principessa Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902Buchenwald, 28 agosto 1944) figlia secondogenita del re d'Italia Vittorio Emanuele III (1873 - 1947) e della regina Elena del Montenegro (1873 - 1952) e sorella di Umberto II (1904 - 1983). Mafalda che aveva sposato un nobile tedesco, Filippo D’Assia, stava al momento dell’armistizio rientrando nella capitale dalla Romania. Ne venne informata alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia. Consiglio che Mafalda decise di non seguire essendo cittadina tedesca sposata ad un ufficiale tedesco e credendo a torto di essere rispettata per questo. Aveva sottovalutato l’ira di Hitler che non avendo potuto catturare il Re cercava una rivalsa verso qualsiasi membro della famiglia Savoia. La sfortunata e mite principessa giunta a Roma fu attirata in un tranello a Villa Wolkonskj col pretesto di ricevere una telefonata da suo marito. Catturata fu trasferita nel lager di Buchenwald sotto falso nome (Frau von Weber). Atroce fu la sua fine, già debilitata dalle condizioni della prigionia, fu ferita ad un braccio durante un bombardamento alleato. Lasciata volutamente senza cure in preda alla cancrena fu operata con grande ritardo e poi abbandonata nell’infermeria della casa di tolleranza del lager, morì dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944.

All’indomani dell’8 settembre tutti i tedeschi residenti a Villa Wolkonskj l’abbandonarono temendo l’assalto italiano che non ci fu. Subito dopo gli scontri del 9 e 10 settembre con l’arrivo dei paracadutisti tedeschi da Pratica di Mare l’Ambasciata fu rioccupata in una situazione di caos vividamente descritta da Fulvia Ripa di Meana nel suo libro “Roma clandestina”. Durante i nove mesi dell’occupazione nazista di Roma quelle mura furono testimoni di tutta la politica, le trame e le operazioni naziste più infami contro la popolazione della capitale, dalla confisca dell’oro e successiva deportazione degli ebrei romani, alla deportazione dei carabinieri ed alla strage delle Fosse Ardeatine. Oggi passando di fronte al cancello di Villa Wolkonskj in via Ludovico di Savoia, si rimane sconcertati osservando dei militari italiani che vi fanno la guardia perché troppo forte è il disagio dell’immagine dei paracadutisti tedeschi (qui riprodotta) che ti torna alla mente. Respingendo con forza ogni improponibile somiglianza o paragone col passato, rimane il fatto che per il cittadino attento alla memoria storica, questa malaugurata casualità avrebbe potuto essere evitata con un po’ di sensibilità e di memoria storica di chi sovrintende alla sicurezza, ci sentiremmo meglio se al posto dei militari ci fossero di guardia dei poliziotti o carabinieri.

Luciano Alberghini Maltoni

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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi auguro che seguano altri articoli sugli edifici ed i luoghi del quartiere Esquilino tutto ciò serve a mentenere viva la memoria nei residenti ed a valorizzarne il patrimonio culturale.

monica ha detto...

articolo molto interessante e utile per non dimenticare le atrocità di quel periodo. Posso aggiungere che durante l'occupazione la villa era luogo di ricevimenti e balli per gli ufficiali tedeschi e Kappler da cortese padrone di casa provvedeva a non disturbare i suoi ospiti con le urla dei torturati nell'adiacente carcere di via tasso chiedendo all'orchestra di tenere molto alto il suono della musica.

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