martedì 4 agosto 2009

Via Rasella, la Cassazione: definire "massacratori" i partigiani è diffamazione


Commette diffamazione chi definisce «massacratori» i partigiani che, il 23 marzo 1944 condussero l'attacco di via Rasella contro i soldati nazisti occupanti. Lo stabilisce la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta di risarcimento danni morali avanzata nei confronti del quotidiano Il Tempo da Elena Bentivegna, figlia della gappista Carla Capponi e di Rosario Bentivegna, due dei partecipanti all'azione di via Rasella, alla quale seguì la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. I partigiani, secondo la Suprema Corte, non furono dei «massacratori di civili», ma compirono una «legittima azione di guerra» contro il nemico occupante.

La Cassazione, con la sentenza 16916 del 21 luglio 2009,
ha contestato la decisione con la quale la Corte d'appello di Roma, nel 2004, aveva respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata da Carla Capponi nei confronti del quotidiano Il Tempo. Il giornale aveva definito «massacratori di civili» i partigiani del commando di via Rasella, ritenendo legittimo l'uso di un simile termine in quanto quell'azione era «un gesto certamente violento, per sua natura finalizzato a cagionare orribile morte a una molteplicità di persone: si trattava di un inutile massacro». Ma i giudici di Piazza Cavour hanno ordinato alla Corte d'appello di rivedere il suo giudizio in quanto si tratta di un'affermazione «lesiva della dignità e dell'onore dei destinatari» mossa dall'intento di «accostare l'atto di guerra compiuto dai partigiani all'eccidio di connazionali inermi» (le oltre 300 vittime della strage delle Fosse Ardeatine).

«Ora non è più consentito a nessuno definire come “massacratori” i partigiani di via Rasella: si può esprimere un giudizio critico su quell'azione di guerra, e sottolineo di guerra, ma non si possono usare certi termini anche perchè non ci fu alcun massacro di civili, ad eccezione di un ragazzino rimasto ucciso con tutta probabilità da una raffica di mitra sparata dai tedeschi». Così l'avvocato Ettore Boschi - che ha difeso la memoria di Carla Capponi - ha commentato la sentenza. «Carla Capponi era una donna di gran cuore - aggiunge Boschi - che ha sofferto moltissimo per questi insulti, lei che non si è mai lamentata di tutte le malattie contratte per gli stenti della clandestinità e la durezza della lotta partigiana. Nel nostro Paese, purtroppo la verità storica ha sempre difficoltà ad essere riconosciuta, mentre i distinguo e l'ingiuria hanno il sopravvento».

«Su via Rasella, finalmente, si ristabilisce la verità: chi punta a fare becero revisionismo - interviene Alessandro Pignatiello del PdCI -, a diffamare e a riscrivere la storia d'Italia e della lotta di Liberazione, non potrà prescindere da quanto sancito dalla Suprema Corte che rende giustizia a chi lottò per la democrazia e la libertà».
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